mercoledì 22 novembre 2017

Dieta sì, dieta no

Chi di voi non ha mai fatto una dieta ipocalorica? Forse qualcuno c’è, ma pochi, pochissimi. Soprattutto per noi donne, il peso e la linea sono un cruccio fisso.
Io ho iniziato a cinque anni. Già allora ero una bambina “rotonda”, troppo per lasciar correre. Ho alcuni ricordi sbiaditi e altri estremamente nitidi. Ad esempio quando i miei mi comunicarono che sarei dovuta andare al Burlo, allora rinomato ospedale infantile di Trieste, per via dei miei chili di troppo. Ero terrorizzata, ricordo che per tutta la settimana precedente alla visita ho tentato di capire come appoggiare i piedi sulla bilancia per farla pesare meno. Di quella visita mi è rimasto impresso che ho dovuto affrontarla da sola, con mio padre che aspettava in corridoio, e che non sono riuscita a imbrogliare.
Sono tornata a casa con una dieta ipocalorica prestampata tragica, che poco c’entrava con le mie reali esigenze. Tanto, per la carenza di ferro c’erano le disgustose fialette.
Da allora la sanità non è cambiata. Da adolescente sono passata dalla bulimia all’anoressia, ben celate alla famiglia che non si accorgeva di nulla. Alle superiori alternavo giorni di totale digiuno con estenuanti sedute in palestra, a giorni in cui prima di cena ingurgitavo dolci da migliaia di calorie. Non importava un granché a nessuno.
Sono stata io a voler andare la prima volta da una psicologa, intorno ai diciassette anni. Mia madre era contraria, difatti, alle sedute di gruppo che avrei dovuto fare settimanalmente fuori città, non mi ha mai accompagnato. Non hai bisogno di quella roba, è per malati mentali!
Ho iniziato a curarmi davvero da adulta, dopo essere finita in ospedale per una crisi. Ma anche in quel caso, il presunto dietologo che mi seguì mi obbligò a una dieta estrema, così stressante per il fisico da rallentare il metabolismo. Il risultato fu che dei trenta chilogrammi persi in meno di un anno, ai primi sgarri ne recuperai subito più della metà.
Tutta questa premessa per arrivare a un punto: i dottori non aiutano chi ha seri problemi di peso. I medici di base o non abbastanza qualificati si limitano a dare qualcosa di “pronto”, in linea con quello che per la sanità è considerato “buona alimentazione”. E di questi, nessuno cura l’anima. Attenzione, non solo la mente... l’anima.
Ho fatto tanti anni di terapie psicologiche per arrivare a una conclusione: non andavano abbastanza a fondo. Solo dopo aver intrapreso un percorso “spirituale”, se così si possono definire le tecniche che vanno a lavorare in profondità, ho compreso.
La nostra società è sbagliata. Si basa su dottori che ti curano come se fossi un pezzo di carne e basta. Ancora peggio, si fonda su famiglie che non vogliono guardare i reali problemi, non vogliono ammettere colpe o mancanze. Come nel mio caso.
Fin dal primo anno di vita mi hanno fatto credere che il cibo servisse a bloccare le emozioni, le stesse che la mia famiglia evitava di esprimere: si mangia per festeggiare, si mangia per sfuggire alla tristezza, si mangia per colpa dello stress. “Se fai la brava ti compro il gelato”, “se prendi un bel voto avrai la cioccolata”, “visto che hai l’influenza prendi questo dolce”, e così via. È tutto profondamente sbagliato. Così, una bambina già golosa di natura ha creduto che il cibo fosse la soluzione a tutto, e l’astinenza il miglior modo per punirsi.
Quanti bambini crescono in famiglie del genere ogni giorno?
Oggi sono ancora grassa, ma faccio quattro allenamenti settimanali di arti marziali. Ho più muscoli e più forza di un uomo atletico probabilmente. Ho un maestro favoloso che non mi ha mai detto una sola volta “devi dimagrire” o “non devi mangiare questo”, a differenza del mio medico di base che, nonostante la salute perfetta mi ha consigliato un intervento chirurgico per perdere peso. Grazie a questa nuova attività non mi sento più totalmente sbagliata e, per la prima volta nella mia vita, ho il reale desiderio di modificare la mia alimentazione: non per dimagrire, ma per stare ancora meglio.
Se tutto questo fosse accaduto a cinque anni, al posto di quella visita terrificante, oggi sarei una persona diversa. 
Ogni genitore dovrebbe sapere e dovrebbe essere disposto a “lavorare” su di sé per migliorarsi... perché se prima non si risolvono i propri problemi interiori, come si può pensare di crescere qualcun altro?

martedì 14 novembre 2017

Ci rubate i sogni e il futuro

Oggi vi voglio raccontare la storia di Ciro.
Ciro ha 31 anni e tanti sogni. Vorrebbe, un giorno non troppo lontano, comprare un piccolo appartamento con cui andare a vivere con la sua ragazza. Riuscire a vivere dignitosamente, permettendosi una vacanza di tanto in tanto e, magari, in futuro, avere un figlio. Ciro ha gli stessi sogni di tanti altri giovani come lui.
Per quasi tre anni ha cercato incessantemente un lavoro, ha inviato migliaia di curriculum e fatto centinaia di colloqui. Alla fine non ha trovato un impiego fisso, ma un negozio di dolciumi gli ha proposto un accordo: produrre caramelle da vendere. Ciro prende la palla al balzo e impiega tempo e denaro per svariati corsi di formazione. Con un piccolo prestito riesce ad affittare un vecchio laboratorio e ad acquistare i macchinari necessari. Dopo parecchi tentativi, può avviare la produzione ed è felicissimo: finalmente, grazie ai ricavi ricevuti, potrà realizzare i suoi sogni!
Sono tre giorni che Ciro va al lavoro e tutto procede bene, perlomeno fino a quando non raggiunge il laboratorio. Lo trova aperto, la porta forzata e i macchinari già in funzione. Al suo posto c’è un altro addetto intento a produrre caramelle. La cosa che lo lascia basito, è che oltre a lui c’è una fila di gente in attesa. Il giovane ragazzo aspetta che i dolci escano dal macchinario per regalarli agli estranei. Li offre loro a manate, come se fossero suoi.
Ciro è furioso. Reclama una spiegazione, ma questo gli scoppia a ridere in faccia. Dice che è così la vita, e che il lavoro non poteva tenerselo per sé. Quelle caramelle, così belle, non può venderle e prendere il guadagno, vanno condivise con tutti, gratuitamente. C’è gente che non ha tempo di andarle a comprare, in questo modo è più comodo.
Ciro, da stupefatto, si infuria. Quell’impiego, tanto sudato, è suo! Nessuno può toglierglielo impunemente. Minaccia il ragazzo con un bastone e questo corre via, ma appena se ne va, un altro spunta al suo posto, continuando il lavoro. Allora tenta di dissuadere quella fila di estranei ma tutto è inutile: questi, invece di spaventarsi alla minaccia di veder giungere la Polizia, lo deridono.
Al povero Ciro non resta che chiamare le autorità. Telefona, prima, ma non lo prendono sul serio. Allora prende l’auto, lasciando il laboratorio in mani estranee, e va nella stazione più vicina. Dopo una coda infinita, spiega la situazione al poliziotto. Mostra il suo contratto di affitto, i documenti che certificano la sua produzione e le foto scattate ai malfattori. Fatto qualche controllo, l’agente alza le spalle, e gli dice di rassegnarsi: in Italia funziona così, non c’è modo per tutelarsi da questi individui. Questi usurpatori spesso non hanno nemmeno la residenza in Paese, la tengono all’estero per evitare rogne legali.
Ciro è allibito e si sente impotente. Ha perso il lavoro sudato. Ha perso la dignità. Ha perso la possibilità di costruirsi un futuro e, con esso, tutti i suoi sogni.
È una storia folle, non credete? Che cosa fareste agli approfittatori che gli ha portato via il lavoro? Non me la sono inventata, succede ogni giorno in Italia a centinaia di persone. Forse migliaia. Impossibile tenerne conto.
I responsabili siete voi, quelli in fila per avere le caramelle gratis. O almeno una parte di voi.
Sostituite il lavoro di Ciro con la produzione soggetta a royalties e le caramelle con le opere pubblicate. Libri, videogames, film, norme professionali e tanto altro. Migliaia di persone vivono vendendo questi “prodotti” e per ogni copia illegale che voi scaricate, loro perdono un profitto.
Ho voluto chiamare Ciro il protagonista di questo racconto perché è anche il nome di Ciro Priello di The Jackal films production. In questi giorni è uscito il suo film sul grande schermo: Addio fottuti musi verdi. I ragazzi di The Jackal sono attivi sul web da anni, hanno prodotto tantissimi filmati che potete trovare su YouTube, gag comiche e parodie. Dopo tanto lavoro e tanti sforzi, sono riusciti a sbarcare sul grande schermo... e subito si sono visti piratare la loro fatica. A poco è servito il loro rammarico sulla pagina Facebook perché buona parte dei cosiddetti fan, hanno apertamente ammesso di essersi scaricati il materiale, chi per comodità chi per non pagare i sei euro del biglietto. Cittadini italiani con foto, nome e cognome pubblico.
Personalmente sono allucinata da questa storia che, tra l’altro, ha ripetutamente toccato anche me. Ciro Priello, sicuramente inorridito davanti a tanto odio e tanta ipocrisia, ha commentato così:


Tutto questo è davvero molto triste.
La cosa peggiore è che nell’intimo della propria casa, al sicuro, a nessuno sembra di commettere un crimine.
In realtà ci rubate i sogni e il futuro.

giovedì 2 novembre 2017

Tu sei anche troppo

Mi hanno detto che non sono abbastanza. Non sono abbastanza bella, non sono abbastanza magra, non sono abbastanza dolce, non sono abbastanza materna, non sono abbastanza spiritosa. Questo e molto altro. Mi hanno fatto credere di non essere abbastanza per loro e ci ho creduto. Mi sono sentita brutta, sbagliata e inferiore. Ho dato tutto raccogliendo solo poche briciole. Ci sono stati i finti amici, quelli del “non capisco perché tu non sia fidanzata, sei perfetta”, ma che poi hanno preferito qualcun altro. Ci sono stati quelli del “vedrai che un giorno troverai qualcuno che ti apprezzerà per come sei”, ma che poi hanno cercato altrove. Ci sono stati anche quelli che mi apprezzavano da morire, in privato, di nascosto, ma che si vergognavano di confessare la cosa agli amici, la serie “non sono pronto per una storia”, del “non sei tu sono io”. Fino a ieri credevo che il tutto si potesse riassumere in una frase: “Non gli piaci abbastanza”. In realtà, ieri un’amica mi ha fatto vedere le cose da un’altra prospettiva: non sono io a non essere abbastanza per loro, sono loro che non sono abbastanza per me. E l'Universo mi dà una mano a eliminarli.
Per cui, ragazze, quando il prossimo pirla vi umilierà, pensate questo: "Lui non è abbastanza per una Donna come me". Non è abbastanza figo, non è abbastanza prestante, non è abbastanza intelligente, non è abbastanza spiritoso, non è abbastanza intraprendente. Probabilmente vive ancora con mamma e non è capace di cavarsela da solo nemmeno nella più sciocca situazione. Non siete voi a non essere abbastanza, è lui. È un idiota.
Devo dire che questa nuova versione comincia a piacermi.

Ps. Questa è una mia foto scattata a Samhain, due giorni fa... e sono più che abbastanza.

venerdì 8 settembre 2017

Amore VS amicizia nell’era digitale

Ieri mi sono sentita dire da un conoscente che sono una persona fantastica e che sarebbe felice di essere mio amico, considerando che in tanti gli hanno parlato bene di me. Alla mia obiezione circa il fatto che non mi ha mai aggiunto a Whatsapp, pur avendogli dato il numero parecchio tempo fa, si è sentito in dovere di puntualizzare che gli interessa solo un’amicizia. Perché non c’è “l’alchimia”.
Ci siamo visti in totale forse per quattro ore, in compagnia... ma non c’è alchimia. Allora gli è sembrato giusto incasellarmi in una categoria, fare una sorta di contratto invisibile nel quale può darmi il numero del telefono a patto che io mantenga una certa distanza.
Ma sono una persona fantastica, beninteso!
Datemi pure della cinica stronza, tanto si sa, ma questa alchimia mi puzza di “non sei abbastanza gnocca per me, diciamo che mi vai bene per quattro chiacchiere e un’uscita, ma non per trombare”. Alchimia però suona tanto elegante.
L’amicizia nell’era digitale è una cosa strana, mi sto rendendo conto che funziona a orario. "Sei mia amica da quell’ora a quell’ora, poi stacco la connessione e chi si è visto si è visto. Non importa se tu stai male e vuoi buttarti in un fosso, io vado a letto. Clic." Un clic semplifica la vita. D’altronde ti avevano avvisato. Si tratta di amicizie part-time ben incasellate. Non importa cosa accade tra i due. Non importa se si ride, si scherza e si sta bene insieme, a un certo punto scattano i paletti: “Non me la sento di andare oltre a questo livello, restiamo conoscenti”.
Probabilmente sono rimasta indietro io. Resto l’inguaribile romantica che si faceva centinaia di chilometri in treno per abbracciare una persona o pagava milioni di Lire per infinite chiamate nelle cabine telefoniche.
Ora si deve chiedere il permesso.
“Posso chiamarti?”
“Perché? Se proprio devi... non possiamo continuare in chat?”
E la conversazione brillante si spegne in mugolii indistinti, dove di colpo da amica ti senti sgradita. Già, sono troppo legata al passato, all’epoca in cui non si mettevano le mani avanti prima di iniziare un rapporto, ma si aspettava. Si costruivano le cose pian piano, conoscendosi giorno per giorno, si era disponibili e, se uno stava male, l’altro si faceva in quattro per aiutarlo. Non c’era il “clic”, non esistevano nemmeno apparecchi da spegnere. E la famosa “alchimia” si svelava nel tempo. Non mi stupirei se tra non molto prendessero piede i contratti stile Cinquanta sfumature per definire i rapporti, cosa fare o non fare. Sarebbe tranquillizzante per molti, riparerebbe da traumi e delusioni. Nel frattempo ci accontentiamo delle amicizie digitali, dove basta chiudere un apparecchio per non correre rischi, dove si giudica dalle foto ritoccate online o da una scarna descrizione, dove nulla ha più troppo valore. E dove l’apparenza conta di gran lunga più della conoscenza.
Ma tutto questo si può davvero definire amicizia?
Non credo. Penso sia più che altro un rapporto superficiale dove, pur di non restare soli, si riempie il tempo con dei “conoscenti” che tali resteranno. Magari con tali conoscenti potrebbe accadere qualcosa, potrebbe esserci un feeling inaspettato, ma l’importante poi è tornare velocemente nei ranghi, cancellare tutto.
Clic.

mercoledì 2 agosto 2017

Cronaca di una calda estate

Mi sveglio all’alba a causa di un rumore frastornante e improvviso dal corridoio. Spalanco gli occhi. Silenzio. Mi scollo di dosso il piumino leggero che mi ostino a tenere anche d’estate e asciugo un rivolo di sudore sulla fronte. Fa caldo, un caldo appiccicoso e nauseante. Tendo le orecchie ancora, ormai certa si sia trattato di un sogno, e invece la porta si spalanca con un botto. Sbatte sul muro facendo cadere un pezzo di intonaco grigio. Muro appena finito di ridipingere. Non faccio in tempo a vedere, qualcosa mi colpisce in piena fronte. Il dolore lancinante mi acceca e mi fa piegare in due. Dalla soglia sento solo grugniti, e una puzza terribile invade la stanza. Lo spaventoso presentimento diventa palpabile.
Dopo qualche istante riesco a riemergere dal materasso e noto l’oggetto che mi ha colpito: un grosso anello dorato. Una domanda prende forma nella testa, e la risposta giunge appena i due loschi individui tornano a fuoco. Sono due hobbit, altri due bastardissimi hobbit!
Mi fissano straniti, probabilmente chiedendosi perché il loro anello non sia ancora scomparso. Io mi massaggio la fronte, controllando se la tacca perde sangue, e afferro l’oggetto demoniaco. «Quante volte vi devo dire che non è il monte Fato?» Non capiscono, nei loro occhi c’è solo perplessità. «Via, via! Me ne occupo io ora. Tornatevene nel vostro villaggio!»
Alla fine riesco a farli smammare. È la seconda volta in un mese; l’Universo vuole darmi indubbiamente un messaggio: “Smettila di patire il caldo e lascia accesa l’aria condizionata anche di notte!”.
Ha ragione. Mi alzo, accendo il clima e, ritornando a letto, soppeso il gioiello. Saranno almeno due etti. Meglio vestirmi e andare subito al “Pago Oro” più vicino.

E con questa perversione mentale liberamente tratta, auguro una caldissima estate pure a voi! Soprattutto a chi mi sta antipatico!

venerdì 21 aprile 2017

Forse dovresti pensare a te


In tanti credono che le emozioni non compromettano il fisico, come se le malattie, di qualunque genere, non siano strettamente collegate a testa e anima. Oh, quanto sbagliano. Tutto inizia dalla sfera emotiva e scende, si cristallizza, si cementifica fino a diventare un pensiero concreto e ricorrente, per poi trasformarsi in un disturbo fisico.
Sono le piccole cose alle volte a causarci dolore. Ho mal di stomaco, ho la nausea, ho avuto un giramento di testa... E subito partono le scuse: è colpa della tosse, ho il ciclo, mi sono sforzata troppo in palestra. Non importa se pochi giorni prima hai chiuso i rapporti con una persona a cui tenevi per un motivo che ti ha ferito o se non riesci a focalizzarti sulla tua vita perché sei troppo invischiata in altri problemi familiari, l’importante è trovare una ragione plausibile e dimostrabile. Perché ciò che non conosciamo, ciò che non possiamo toccare con mano e misurare, ci spaventa.
Hai l’influenza, il mal di gola, respiri a fatica e tossisci, quindi hai preso freddo. Certo che hai preso freddo, ma l’hai preso anche il mese prima e non ti è venuta l’influenza. Perché ora? Non consideri quel brutto litigio, il fatto che avresti voluto piangere e non ci sei riuscita, avresti dovuto dire delle cose ma non hai potuto. Hai solo preso freddo, passerà. Imbottisciti di medicine per alleviare il problema.
Non ti rendi conto che ogni giorno i farmaci non risolvono la malattia bensì mascherano il sintomo. Il corpo si ammala quanto l’anima soffre. Non ti permetti di vivere le emozioni e lui, più intelligente di te, ti obbliga a farlo.
Più grande è la tua malattia, il tuo sintomo, più hai mentito a te stessa.
Forse dovresti iniziare ad amarti davvero. Forse dovresti iniziare a rispettarti e a metterti al primo posto... non a parole, con i fatti.

lunedì 17 aprile 2017

Le donne devono essere vacche gravide

Sembra impossibile da credere nel 2017, ma l’antico concetto patriarcale non è ancora morto: le donne, a un certo punto della loro vita, se non diventano vacche gravide non valgono nulla. Questo pensiero è ancora radicato per una buona fetta di uomini e, ahimè, di donne.
Il binomio “famiglia-felicità” è tuttora ben presente nella mente per questioni culturali e si fa vivo non appena gli ormoni arrivano a un certo punto. Ed ecco che alla soglia dei quarant’anni una donna si trova di fronte a due tipologie di uomo: quello che la vuole se è disposta a farsi ingravidare, perché la famigliola perfetta è lo scopo primario della sua vita – e allora ti viene spontaneo chiederti come mai, se è uno scopo primario, a quant’anni sia ancora single – oppure quello che figli ne ha già ed è già stanco di pagare a loro e alla ex moglie gli alimenti. Esiste anche la categoria “mai e poi mai figli”, ma sono in netta minoranza.
Vediamo i tre casi. Nel primo l’importante non sono le tue esperienze, le tue idee, i tuoi interessi. Basta che tu sia buona, amorevole e, soprattutto, disposta a farti riempire l’utero. Nel secondo, invece, devi corrispondere alla disponibilità in persona. Non devi assomigliare alla sua ex, ovviamente, devi dargli i suoi spazi, comprendere ed essere paziente. Nel terzo... beh, devi essere dannatamente sexy e interessante perché è probabile che lui non si accontenti ma che ami passare da una donna all’altra.
Già sento i commenti sprezzanti: non è vero! Gli uomini non sono tutti così! E vogliamo parlare delle donne, poi? Avete ragione. Gli uomini non sono tutti così, concordo. Esistono ancora persone diverse, e per fortuna. Vi sto solo raccontando alcuni dei casi in cui mi sono imbattuta ultimamente. L’ultimo, per la precisione, era del tipo 1: la famiglia mi renderà felice. Per quelli come lui non è importante vivere il momento, godere della felicità dei piccoli attimi, far crescere il rapporto e, soprattutto, amare. Tutto è finalizzato al risultato successivo. I pargoli urlanti che manterranno alto il nome della sua famiglia quando lui non ci sarà più, sono la priorità. Ed ecco che, ricordando la soglia dei quaranta, tutto deve essere fatto in fretta, rivolto all’obbiettivo. Basta dire un “non credo di volere figli” per essere accantonate per sempre. Perché mai sprecare tempo e risorse in una relazione, felice sì, ma che potrebbe tenere distanti dal risultato agognato?
I figli, cari lettori, non devono essere fatti per amore, come culmine di una vita perfetta insieme. I figli sono una necessità, un dovere, uno strumento. Nel 2017 continuiamo a considerarli tali, a monopolizzarli, a dargli vita per scopi egoistici. E poi ci chiediamo come mai questi figli abbiano così tanti problemi. Per cui veloci veloci, uomini, perché l’orologio biologico ticchetta. Potreste ritrovarvi a cinquant’anni “falliti”, senza prole. Potreste scoprire che la vostra vita non è servita niente. Oh, questo ovviamente non ha nulla a che fare con la vera felicità, con la vostra evoluzione interiore, con la capacità di realizzarvi come esseri umani... assolutamente nulla. Ricordate che potrete sempre dare la colpa alle donne, quelle vacche stupide che non hanno saputo rendervi felici e darvi una famiglia. Perché, come sempre, è più facile incolpare l’esterno. Ma ora siete in tempo! I quaranta non sono ancora giunti e il vostro orologio per fortuna ticchetta ancora. Dai, una rimasta fossilizzata nell’idea patriarcale potete trovarla ancora, una che creda che la felicità sia solo quello. Buona caccia, e tanti figli maschi!

Magari sono solo io a trovare tutto ciò di una tristezza infinita.
Chiuso l’argomento, vi auguro una buona Pasquetta... la mia la passerò a mangiare, bere e dormire, senza uomini che non hanno ancora capito cosa fare delle loro vita e cercano senso nei figli.

mercoledì 12 aprile 2017

Decidere di cambiare

È così facile accontentarsi. Ci si mette l’anima in pace: è così e di più non può essere. Si conservano i sogni, certo, ma diventano, appunto, “sogni”. Ed ecco che ci si adegua ai limiti fisici, ci si arrende a un lavoro non proprio appagante, si crede di non poter pensare in modo differente e si soccombe alle abitudini ostinate.
Ci accontentiamo perché accontentarsi è meglio di niente.
Si finisce per convincersi che non si può avere di più. Oh, e siamo così bravi a farlo. Riusciamo a mettere in fila ragioni chiare e sensate: bisogna diventare adulti, non si può vivere di fantasie, è così da sempre, si tratta di responsabilità. Ci ammaliamo pur di continuare a conservare queste convinzioni.
Per cambiare tutto basterebbe alzarsi un mattino e decidere di voler cambiare. Se non siamo soddisfatti del nostro corpo, se il lavoro ci sta veramente stretto, se abbiamo al nostro fianco un compagno che non riconosciamo più e, soprattutto, se noi non ci riconosciamo.
Prendete lo specchio e guardatevi. Sapete davvero chi siete? Amate quell’immagine o vi dà fastidio? Perdendovi negli occhi del riflesso, vi ritrovate? Se anche solo una di queste risposte è no, forse è arrivato il momento di affrontare le vostre paure e cambiare.
Tutto parte da una piccola ma grande decisione, presa da persone adulte: smetto di cercare scuse e cambio davvero.

venerdì 24 marzo 2017

Ristrutturazione, che incubo! Ecco gli errori da evitare...


Quello che vedete non è disordine. Ho messo per terra gli oggetti più pesanti della casa perché il pavimento non “esplodesse”. Questo è solo l’ennesimo problema seguito alla mia ristrutturazione. Problemi edili, infiniti difetti idraulici che hanno innescato un cedimento a catena, e pure complicazioni elettriche. Per sopperire ho dovuto pagare di tasca mia altri professionisti perché risolvessero, ma oggi, a distanza di oltre tre mesi dalla fine lavori, le rogne non sono ancora finite e il tutto è in mano a un avvocato.

Ho deciso di fare questo articolo per aiutare le persone che, come me, hanno deciso di ristrutturare casa ma non se ne intendono assolutamente. Di seguito metterò una serie di consigli per scegliere a chi affidarsi e cosa chiedere. Spero che la mia esperienza vi sia di aiuto.

Il preventivo, questo sconosciuto
Forse avete già qualche nominativo, magari dato da un amico fidato. Bene, non date per scontato che il professionista in questione sia affidabile quanto l’amico. Trattatelo alla stregua di un estraneo.
Chiedete un preventivo scritto e dettagliato. Cose comprese e cose a parte. Ad esempio, in caso di rifacimento bagno, non basterà chiedere “voglio rifare completamente il mio bagno, comprese tubature”, perché nel prezzo generico dell’idraulico potrebbero esserci solo i costi di base: levo piastrelle, rifacimento impianto, posa piastrelle. Tutto il resto a parte: materiali (oltre a piastrelle e sanitari si parla di colla, angolari e altro), posa dei nuovi sanitari, siliconature (non sottovalutatele!), allacciamenti etc. Chiedete una lista completa di ogni singola voce per non trovarvi con 1000 € (se va bene) fuori budget.
Durante i lavori salterà sempre fuori qualche inghippo, soprattutto se si parla di ristrutturazione di un vecchio edificio. Pattuite in fase di preventivo la tariffa oraria per gli extra. Magari il prezzo complessivo è buono, ma per una giornata di “fuori programma” potreste sforare di molto il budget.

A chi affidarsi?
Ipotizzando che abbiate trovato un preventivo perfetto per voi, passate alla fase due: indagine. A chi vi state rivolgendo? È un grosso impresario o un piccolo professionista? Che lavori ha già fatto? Di che collaboratori si avvale?
Non abbiate paura a chiedere. Indagate sull’azienda, verificate i cantieri aperti. Se possibile, chiedete di vedere qualcosa fatto da lui e, a quel punto, soffermatevi sui piccoli dettagli.
In bagno, ad esempio, controllate se tutte le piastrelle sono messe correttamente, se i fori per la rubinetteria sono perfetti o se, magari nella parte non visibile, non sono stati fatti ad arte. Insomma, abbiate occhio critico. È facile far sembrare tutto bello, a volte basta una mano di pittura e qualche fiore: non fatevi ingannare!
Questo impresario si avvale di collaboratori a loro volta professionisti? Pretendete di sapere i nomi e indagate anche su di loro. Definite bene chi avrà la responsabilità su cosa in cantiere: l’unico referente sarà l’impresario o ognuno avrà la sua parte? In caso di problemi successivi sarà vitale averlo definito in forma scritta.
Se possibile, verificate che non abbiano cause in piedi, magari proprio per problemi sul lavoro. Se avete un idraulico o un elettricista di fiducia, scegliete lui rispetto a un estraneo.

Tempistiche
In fase di preventivo definite i tempi: inizio e fine lavori. Mettete tutto nero su bianco, indicando esplicitamente le date. State pur certi che sforeranno, ma almeno avrete in mano qualcosa di scritto. Concordate anche gli orari di lavoro che non sono affatto scontati. Spesso le aziende hanno tanti cantieri aperti nello stesso momento e potranno essere da voi solo poche ore a settimana.
Se avete urgenza, definite prima di iniziare tutti questi dettagli in modo da non trovarvi, a dicembre, con il riscaldamento non funzionante e il professionista impegnato su un altro cantiere!
Stagione
Non commettete il mio errore, non iniziate i lavori in inverno. Dovevamo iniziare in autunno ma poi, per una serie di imprevisti, gli operai sono arrivati a novembre. Non fatelo! Rimandate a primavera. Non c’è niente di più brutto che stare al freddo in una casa sottosopra.

Polvere, polvere e polvere
Se decidete di ristrutturare e contemporaneamente vivere in alcune delle stanze, cambiate idea. Prendetevi una vacanza, andate in albergo, ma non restate lì. Ne va della vostra salute mentale. 
Ci sarà polvere ovunque. Ovunque! La troverete perfino nelle scarpe chiuse dentro a un armadio coperto da lenzuola. La polvere diventerà il vostro nemico.
Ignoratela! Non curatevene fino alla fine dei lavori se volete vivere sereni.

Pulizia
Un’azienda seria manterrà il cantiere in ordine e porterà via gli scarti ogni giorno, o comunque periodicamente. Non permettete all’azienda di andarsene lasciando detriti o altro a vostro carico. In più, un’azienda seria porterà anche i suoi materiali di pulizia: scope, sacchi, pattumiere, aspirapolvere etc. Se vi chiedono le vostre, sappiate che poi dovrete buttarle.
Cavi, antenne e ADSL
Un elettricista bravo oltre a tirare i cavi si intende anche di queste cose. In fase di preventivo fatevelo specificare e mettetelo per iscritto. Altrimenti, come me, oltre all’elettricista dovrete pagare a parte il tecnico Telecom, l’antennista e così via. Vi ritroverete con muri e pavimenti già rifatti e il cavo del telefono volante, nonostante abbiate specificatamente chiesto di averlo nelle nuove tracce.
Definite prima la tipologia delle scatole dei punti luce e verificate i prezzi: sono un extra? Sappiate che non sono affatto economiche. Verificate inoltre che i fori per le prese della corrente siano fatti bene dai muratori, altrimenti vi troverete con i buchi intorno, come da foto. 

Serramenti
Per i serramenti vi rivolgerete a un’azienda specializzata. Indipendentemente dalla vostra scelta (pvc, legno o metallo), specificate in fase di preventivo lo smaltimento dei serramenti vecchi e la finitura dei bordi. Una volta posato il nuovo serramento resterà, per forza di cose, una piccola intercapedine che andrà coperta con una finitura. Nel mio caso l’azienda mi ha detto che quella finitura non era di loro competenza, passando la palla ai muratori che, a loro volta, se ne sono lavati le mani. Pretendete di avere il lavoro finito pagando ciò che serve di differenza in fase di preventivo. Io risolverò con un angolare metallico, ma dovrò far fare il lavoro a terzi.

Scelta del pavimento
Oggi le scelte di rivestimento sono infinite: piastrelle, parquet, prefiniti plastici, resine etc. Informatevi con cura e indagate anche sulle cose negative che normalmente professionisti e venditori nascondono. Io ho optato per un prefinito plastico che simula perfettamente il parquet, la differenza per un inesperto è impercettibile. Al momento dell’acquisto chiunque ne ha esaltato gli aspetti positivi... ma nessuno mi ha detto i contro. Con il senno di poi, sceglierei piastrelle a vita, anche se la posa costa il triplo!
Vi spiego il motivo. I prefiniti plastici sono “flottanti”, ovvero non sono in alcun modo ancorati sotto, vengono stesi a incastro su un tappetino plastico e, in base alla temperatura e all’umidità si allargano o si restringono. Proprio per questa ragione non vengono posizionati a filo della parete, ma a 1, 1,5 cm. Questo implica l’acquisto di un battiscopa apposito, obliquo e più costoso ma, comunque, in alcuni punti, a causa del movimento delle tavole, potrebbe vedersi qualche buco, soprattutto se, come nel mio caso, la posa non è stata fatta a regola d’arte. L’altra cosa brutta è che nei punti in cui non può essere posato un battiscopa (a filo porta ad esempio) vedrete per forza di cose lo stacco.
In caso d’acqua dite addio al vostro prefinito. A causa di un problema idraulico ho avuto una perdita e il pavimento si è irrimediabilmente rovinato. Purtroppo, essendo al centro della stanza ed essendo tutte le tavole a incastro, non sono sostituibili, bisognerebbe toglierle una a una a partire dal bordo più vicino. Un’impresa epica, soprattutto se ci sono mobili ancorati sopra. Esiste un prefinito con incastro di metallo studiato per questo motivo, ma costa il triplo di quello classico... allora meglio le piastrelle!
La foto di apertura, con il pavimento che sta “esplodendo”, è stata proprio frutto di una posa sbagliata. Non è stato dato il giusto sfogo al movimento delle tavole che si sono pertanto “imbarcate”.

Errori, problemi, poca professionalità. In questi mesi ho affrontato tutto questo per non aver osservato i punti qui sopra. Non ho indagato abbastanza, mi sono fidata di amici e di tanti accordi verbali, non ho preteso quanto avrei dovuto. Ora pago le mie conseguenze... e della bellissima casetta da arredare che sognavo, mi restano le fatture extra da saldare e zero voglia di starci dentro!
Non commettete i miei stessi sbagli.

martedì 7 marzo 2017

In Italia, se non hai una casa editrice non vali niente

Lo scorso week end, a Treviso, mi sono fermata in una grossa libreria fuori dal centro per cercare qualcosa da regalare a un’amica. Sono stata molte volte in questa libreria che conta due piani, un bar interno e una bellissima sala convegni. Spesso mi sono ripromessa di chiedere informazioni per poter presentare i miei libri, così, cogliendo l’occasione, ho contattato la responsabile all’interno del negozio.
Dapprima molto affabile, mi ha indicato quali dati mandare via mail per proporre il libro, poi è arrivata la solita domanda: “Da chi è pubblicato?”.
“Ho pubblicato direttamente con Amazon.”
Allo sguardo di sufficienza è seguito un: “Allora no. Niente da fare.” Amazon è il demonio: fa fallire le librerie e tratta male i dipendenti. È una scelta etica. Sono stata liquidata così. A nulla è servito dire che in realtà le copie le avrei portate direttamente io, che ero disposta ad accordarmi commercialmente e che loro non avrebbero dovuto fare nulla con Amazon. A niente è servito parlare del libro, ambientato a Treviso, o del numero di copie già vendute.
Raccontando l’esperienza ad altre colleghe, ho scoperto che non si tratta di una cosa sporadica, tante librerie, in tutta Italia, se sentono il nome Amazon danno in escandescenza.
Lo trovo folle.
Oggi un autore che sceglie di auto-pubblicarsi trova in Amazon un valido alleato, anzi, l’alleato maggiore. Io per prima ho dato l’esclusiva sui miei e-book ad Amazon. Perché? Perché mi dà il 70% di royalties. A un certo punto, per chi vuole fare seriamente questo lavoro, diventa una questione economica. Scegliere una piccola casa editrice e vendere poche copie, vedere i soldi una volta all’anno o avere la gestione totale e introiti quasi immediati? In Italia non è ancora concepito questo discorso.
Se sei self, è perché il tuo lavoro non vale niente. Nessuno ti ha scelto. La maggioranza ignora come funzionino le selezioni delle grosse case editrici, è convinta che basti mandare il manoscritto ed essere bravi. Certo, nel paese dei sogni. Eppure, spesso, entrando in una libreria e chiedendo una possibilità, c’è la fatidica domanda: “Che casa editrice hai?”.
Amazon è visto come il concorrente, gli autori auto-pubblicati come presenze seccanti da scacciare. Idea condivisa, purtroppo, da molti.
Ma perché?
Le librerie stanno fallendo per molteplici motivi e la colpa non è certo di Amazon. Stanno perdendo grosse opportunità ignorando i self, opportunità sia di guadagno sia a livello di varietà di prodotti offerti. Un agente letterario per occuparsi di una presentazione in libreria chiede un cifra considerevole, quella cifra potrebbe essere intascata direttamente dalla libreria che scegliesse di occuparsene. I librai, inoltre, dimenticano che, pur vendendo sempre libri, non possono paragonarsi ad Amazon né considerarlo un concorrente: loro lavorano localmente e non ottengono il massimo rendimento da questa condizione. Perché non proporre ai lettori qualcosa di introvabile in altri posti? Perché non sfruttare a loro favore l'assenza di distribuzione fisica dei libri auto-pubblicati? Dopo un'accurata selezione si intende.
Perché... perché in Italia vogliamo la pappa pronta e tutto questo richiederebbe lavoro supplementare. Se le cose non vanno per il verso giusto, invece di rimboccarci le maniche per cambiarle, è più semplice trovare un colpevole a cui addossare la colpa.
Tutto ciò è davvero triste.
Per fortuna il mercato degli e-book sembra seguire una strada diversa. Che sia il principio di un lentissimo ma progressivo cambiamento?

venerdì 20 gennaio 2017

Collateral beauty

Oggi ho iniziato a scrivere il primo post del 2017, il primo dopo tanto silenzio. Un post incentrato sulle amicizie false, carico di risentimento ed energia negativa. Arrivata a metà mi sono resa conto che non sapevo cosa volevo dire davvero, a parte lamentarmi, e così non potevo continuare. Ho chiuso Word e ho deciso di non scrivere nulla.
Stasera sono uscita per mangiare un panino e sono andata a vedere Collateral beauty. È uno di quei film non solo da vedere, ma su cui riflettere per qualche giorno.
Poco fa, mentre mi lavavo i denti, mi sono incantata sulla mia immagine.
È una sera come un’altra, ho addosso lo stesso pigiama di ieri, i capelli spettinati e un po’ di borse sotto gli occhi per la stanchezza. Eppure, osservandomi, mi sono trovata bellissima. Con i miei chili di troppo, il mio doppio mento, le mie prime rughe e l’esaurimento dell’ultimo periodo. Nonostante tutto, quel riflesso mi è piaciuto. Mi piace. Allora ho capito il senso del film, che poi è il senso della vita.
Gli ultimi mesi sono stanti snervanti, caotici, insopportabili. Sono successe tante cose che mi hanno letteralmente portato all’orlo di un tracollo nervoso. Ho avuto a che fare con “amici” egoisti e ipocriti, con persone senza morale, con professionisti che di professionale non hanno nulla; mi sono sentita sola, smarrita, impotente, a volte tanto depressa da faticare ad alzarmi.
Nonostante ciò, sono qui, e oggi mi vedo bellissima.
Amo il mio lavoro, amo la scrittura, amo quello che sono e quello che potenzialmente potrei essere. Non sono megalomane, mi rendo conto che non sono perfetta, che sono piena di difetti, che sono una stronza cinica, che spesso mi estranio dalla realtà per chiudermi in mondi fantastici e che ho la critica facile. So che ci sono migliaia di donne migliori di me. So che, per quanto mi sforzi di essere presente nella vita delle persone a cui tengo, di essere una buona amica, spesso non ci riesco e, a volte, ciò che critico negli altri sono le mie stesse mancanze. Ma questa sera, forse per la prima volta, mi piaccio.
Il mio aspetto, il mio carattere, gli obiettivi che mi sto ponendo e quello che faccio. Mi piace tutto questo. Ho ancora molta strada da fare per uscire da questo tunnel, ma vedo la luce.
Chi è restato al mio fianco in questo periodo devastante è chi merita la mia attenzione e il mio amore. Il mio rispetto. Gli altri... beh, se li ho “persi” significa che non mi servivano più. Non erano più necessari alla mia crescita. Mi sono scervellata sul perché di un rapporto finito, ma il perché non dovrebbe interessarmi: qualunque cosa sia accaduta, per qualsiasi ragione, ora mi sento, e sono, libera. Ricorderò i momenti belli, perché cancellarli sarebbe come cancellare una parte di me, ma non mi volterò più indietro.
Non scriverò inutili obiettivi e promesse, per questo 2017 c’è solo una cosa che il mio cuore desidera davvero: avvicinarmi ancora di più a chi sono. A ciò “che ero”. A ciò che diventerò.
Stranamente, tutto questo mi riconduce alla scrittura. Questi sono proprio i temi su cui voglio lavorare da due anni, erano lì, in un limbo, in attesa del momento giusto per uscire. Quel momento è arrivato.