lunedì 21 dicembre 2015


Per essere uniti e non divisi.
Per trovare pace nel nostro cuore.
Per evolverci.
Per raggiungere l’armonia interiore.
Per poterci amare davvero.
Perché questo Natale non sia apparenza ma un momento di riflessione.

Buone Feste

martedì 15 dicembre 2015

L’incubo Figurella

Finalmente l’incubo Figurella è finito. Ora che sono uscita dal “tunnel dei pagamenti”, desidero raccontare la mia esperienza con questa azienda a tutte le donne. Premetto che non è mia intenzione diffamare; i fatti, così come si sono svolti, senza nessun ricamo, parlano da soli.
La storia è lunga e finisce in un solo modo: MAI PIÙ Figurella. Ma leggete tutto...
La mia esperienza inizia il 6.11.2012, quando ho deciso (maledetto quel momento!) di fare un contratto con l’azienda TRE s.r.l. (Figurella) con sede in Via Pacinotti 1 - 31020 Villorba di Treviso per delle sedute nella filiale di Paese.
Ho fatto la prima seduta dopo aver ricevuto un buono omaggio. Fin da principio non ero convinta ma, visto che avevo fissato l’appuntamento, ho deciso di provare. Ho trovato la prima seduta inutile: quindici minuti di attività fisica che nemmeno mi hanno fatto sudare. Dopo il trattamento, la consulente mi ha proposto il pacchetto e io ho subito chiarito che avevo molti dubbi in proposito, ma che ci avrei pensato. Mi sono successivamente documentata su internet, leggendo casi di persone insoddisfatte del servizio e, come accordato, ho confermato telefonicamente che non ero interessata. Qualche giorno più tardi sono stata richiamata e mi è stata offerta una settimana gratis, per provarmi che sbagliavo e che il trattamento era efficace.
Ho deciso di accettare e fissato tre appuntamenti per quella settimana. Premetto che in quel periodo stavo vivendo una serie di problemi personali e, a causa di questi, certi giorni mangiavo molto poco; in quel periodo ero anche fuori forma, non facendo attività fisica da oltre due anni.
Dopo aver eseguito i tre allenamenti, in effetti ho visto una variazione di peso che mi ha lasciato soddisfatta e, vuoi per la pressione dell’operatrice, vuoi per altri motivi personali, ho deciso di firmare il contratto, nonostante in molti me l’avessero sconsigliato, per prima mia madre. Fin dall’inizio ho detto chiaramente che non avrei seguito nessuna dieta e mi è stato assicurato che il metodo avrebbe funzionato ugualmente, altrimenti sarei stata rimborsata.
Ho fatto tutti i documenti necessari e mi è stato fornito solo un foglietto striminzito con il numero delle sedute e il prezzo. Del mio contratto vero e proprio non ho mai avuto una copia, ho dovuta chiederla io a mezzo raccomandata. Ricordo che è illegale non fornire ai clienti una copia del contratto.
Dopo due anni, nel gennaio del 2015, non sapevo esattamente quando sarebbero finite le rate del finanziamento. “Facciamo tutto noi, non preoccuparti”, mi dicevano, “non servono garanzie!”.
Ammetto di aver peccato di leggerezza in tutto questo, ma sono stati molto bravi a farmi sentire “a casa”, “tra amiche”.
Con le sedute previste nel mio pacchetto dalla folle cifra di 5.230,00 € dovevo coprire da novembre 2012 ad aprile 2014, secondo i calcoli dell’operatrice. Sono passata da uno stato sedentario a tre/quattro incontri settimanali con Figurella. I risultati nei primi mesi si sono fatti sentire e ho perso con facilità i primi chilogrammi, aiutata anche da alcuni giorni di dieta poverissima (autogestita). Ero soddisfatta e positiva. Ma già dopo poco tempo, le assistenti hanno iniziato a propormi nuovi contratti secondo i quali avrei allungato il periodo di tempo del finanziamento mantenendo la rata inalterata, però aumentando il debito. Per me 5.230,00 € erano e sono una cifra enorme per cui ho sempre rifiutato. Ciononostante queste continue “promozioni” hanno iniziato a infastidirmi.
Arrivata a metà del trattamento i chilogrammi scendevano molto più lentamente o non scendevano affatto. Verso la fine non dimagrivo più e i centimetri invece di calare erano aumentati leggermente. A ogni pesata mi sentivo ripetere che era colpa della mia alimentazione e del fatto che non accettavo diete da parte loro: io ero stata molto chiara all’inizio e, come scritto prima, avevo la garanzia del risultato a prescindere. Seguivo una dieta normale, inferiore alle 1600 calorie consigliate per una donna sedentaria, senza eccessi particolari, e con i tre allenamenti settimanali non perdevo comunque peso. 
Ho iniziato ad avere sfiducia: a mio avviso era impossibile perdere peso con soli 15/20 minuti di attività intensa in una teca riscaldata, a volte tanto intensa da creare capogiri. Per la durata del trattamento avevo il battito cardiaco ben al di sopra del limite previsto per la zona aerobica e accusavo dolori alla schiena a causa di determinate posizioni. Se provavo a lamentarmene, venivo redarguita, perché le esperte erano le allenatrici e non io. Il clima amichevole ai miei rifiuti di prolungare i trattamenti stava via via scemando. In aggiunta a questo, mi sentivo colpevolizzata per i mancati risultati e, come se non bastasse, ogni settimana mi riproponevano il rinnovo del contratto. Figurella mi faceva sentire sbagliata.
Molto sinceramente: non ne potevo più. Credo fosse palpabile perché mi consigliarono di interrompere i trattamenti, prendere una pausa. Ho accettato, dicendo che avrei provato una normale palestra e sono stata beffeggiata in pubblico. Mi hanno detto “tornerai da noi per riparare ai danni”.
Un mese più tardi ho iniziato una normale attività fisica e, seguendo il ritmo di tre sedute settimanali con un’alimentazione libera, ho perso peso già dopo pochi giorni. 
Il 7.1.2015, con il pressante fardello della rata mensile, ho richiesto tutti i documenti che non mi erano stati inviati prima via raccomandata, indicando che non avevo intenzione di continuare le sedute (ne mancavano una decina alla fine). Ho raccontato tutta la storia, così come oggi la scrivo a voi, e TRE s.r.l. mi ha risposto sempre mezzo raccomandata il 19.1.2015, mandando, come avrebbero dovuto fare subito, i documenti, e confermando che potevo concludere le sedute, grazie alla loro immensa disponibilità, entro il 31.3.2015. Nemmeno un accenno al “soddisfatti o rimborsati” tanto glorificato in fase di contratto né alla possibilità di avere un rimborso per le sedute non usufruite.
Per niente soddisfatta della risposta mi sono recata di persona alla sede di Villorba (TV).
La centralinista non ha voluto farmi salire se non dopo esasperanti tentativi. Vi rendete conto? Un’azienda che non riceve un cliente pagante. Follia pura. Ovviamente non c’era nessun responsabile con cui parlare nonostante il grande ufficio brulicasse di gente.
Ho mantenuto un tono calmo e tranquillo, cercavo il dialogo, e la risposta è stata “la faremo richiamare per fissare un colloquio”. Immagino ipotizziate già com’è finita: nessuno ha mai chiamato e le rate hanno continuato ad arrivare puntuali.
Ho parlato con due avvocati diversi e con un’associazione consumatori, ma purtroppo intentare una causa da sola era come cercare un ago nel pagliaio. Alla fine ho dovuto arrendermi, continuare a pagare fino all’estinzione del finanziamento, avvenuta a novembre 2015.
Care donne, questa è la mia esperienza. Una cosa che mi auguro di non ripetere mai più. Traetene le giuste conclusioni. Che sia da esempio per tutte quelle che hanno qualche chilogrammo di troppo e si sentano “tentate” da questo ambiente familiare, in cui le consulenti sono “amiche”, in cui i soldi non pesano perché le rate sono piccole e dove tutti gli allenamenti sono una “passeggiata” da 15/20 minuti.
Un gioco pericoloso che fa perno sull’autostima, che inculca terrore psicologico nel momento in cui non ti adegui più.
State a casa, donne, fate ginnastica sul tappetino davanti alla televisione, otterrete gli stessi risultati. E poi, amatevi. Amatevi così come siete... non cedete alle aziende che vogliono lucrare sulla vostra salute fisica e psicologica.

sabato 14 novembre 2015

#PorteOuverte


Di quanto accaduto a Parigi mi ha avvisato un’amica via WhatsApp. Stava succedendo in quel momento. Ho cercato prima sul sito dell’Ansa, poi mi sono sintonizzata sul telegiornale in diretta e lì sono rimasta fino alle quattro del mattino. Prima era un tranquillo venerdì sera, mi stavo concedendo un po’ di relax mentale davanti a un videogioco, poi le bombe, il sangue, la morte. So che Parigi è lontana e che né io né nessun conoscente, per fortuna, siamo rimasti coinvolti, ma quanto accaduto mi ferisce profondamente. Mentre ieri notte ascoltavo le notizie, mi sono messa nei panni di quelle persone, magari una ragazza come me che per svagarsi un po’ ha deciso di andare a prendere un caffè proprio in una delle zone attaccate. Un’esistenza normale, banale forse, e poi stop. La morte così, all’improvviso. Una guerra che credevamo non ci appartenesse, che fosse distante e non potesse toccarci in alcun modo. Terribile.
E adesso? Adesso il caos. Forse proprio quello che l’Isis si aspettava: seminare panico, creare odio.
Cerco di capire senza giudicare nessuno. Leggo quello che passa in rete. Chi grida sentenze contro tutto il mondo islamico, chi cerca di fare ordine chi, come me, è confuso, stordito.
Sono morte tante persone e, per qualche motivo, le sento. Provo quel dolore come se fosse mio... e in effetti è mio. È di tutti. Domani potrebbe accadere qui. Domani potrebbe accadere a me, ai miei cari.
Allora cerco di sfuggire al caos mentale, di andare “più in alto”, di comprendere. Emerge solo una cosa: così non si può e non si deve continuare. C’è bisogno di un cambiamento radicale. Non parlo di lotta, di sicurezza, di religioni. Parlo di ognuno di noi, nel nostro piccolo. Perché alla fine noi siamo i governi, noi siamo i politici, noi siamo le religioni. Tutto accade perché noi siamo. Noi stiamo sbagliando. Tutto.
Nel mio minuscolo angolo, rifletto. Dovremmo riflettere tutti. Dovremmo aprirci a un cambiamento vero e radicale, mettere da parte l’odio e fare qualcosa di diverso, a partire dalle azioni quotidiane.
Dobbiamo.

Immagine presa da http://www.huffingtonpost.it/

martedì 3 novembre 2015

Mamme e lavoro: dalla parte dell’azienda

Qualche giorno fa, una certa Paola Filippini ha scritto uno sfogo sulla propria pagina Facebook, ora questo post è diventato virale. Premesso che tutto ciò che diventa virale andrebbe preso con le pinze e che nessuno può provare che questo fatto sia effettivamente accaduto e nei termini descritti dalla signora, tutto il web parla della storia e migliaia di donne inferocite alzano il dito contro il mondo maschilista e ingiusto.
In poche parole, questa donna si è recata a un’agenzia immobiliare per un colloquio di lavoro e il responsabile le fa fatto la fatidica domanda sulla sua vita privata: sei sposata? Convivi? Hai figli? Paola si è rifiutata di rispondere, e l’uomo l’ha praticamente cacciata.
Tutta la vicenda è stata raccontata con toni abbastanza drastici, riferendo persino il colore del maglione “verde lega”. Ovviamente quando l’ha scritto la donna era infuriata e si è appigliata a ogni dettaglio per screditare l’uomo.
Premesso che la maleducazione non è scusabile, e da questo punto di vista il responsabile è in torto, ai fini pratici del lavoro, la domanda sullo stato civile è più che corretta.
Perché? Semplice, perché se io ho un’azienda, magari piccola e nata da poco, devo capire chi sto mettendo a lavorare per me. Devo capire oltre alle sue qualità, che possono essere eccelse come quelle di qualunque altra donna o uomo, la sua disponibilità fisica, le ore che può dedicarmi, gli straordinari, la possibilità di lavorare nei weekend.
Forse, molti di quelli che hanno urlato allo scandalo non si rendono minimamente conto dei rischi che si accolla un’azienda assumendo personale. Il personale (anche se con contratti precari) costa. Costa tantissimo! Una follia! I titolari non sono tutti ricchi sfondati che vanno al lavoro con la Porsche. Nella maggioranza dei casi guadagnano poco più del dipendente che vanno ad assumere, e hanno cento volte le sue responsabilità. Assumere un dipendente che non può, per ovvi motivi, fermarsi oltre l’orario di lavoro, magari a causa di un ordine improvviso, oppure che non può andare in trasferta o arrivare mezz’ora prima al mattino in caso di necessità, è un rischio enorme al giorno d’oggi, dove il mercato non è più quello stabile di un tempo, ma si muove di continuo, dove anche i dipendenti devono essere flessibili.
Attenzione, perché non sto dicendo che le mamme non hanno il diritto di lavorare, tutt’altro. Dico che è giusto, corretto e ragionevole per un’azienda sapere chi va ad assumere. Solo allora potrà capire e valutare i pro e i contro.
Una mamma ha sicuramente maturato doti e qualità che una donna senza figli non può avere, al contempo ha delle responsabilità e dei doveri nei confronti del figlio. Per ovvi motivi non può fare determinati turni o orari e, in caso di un problema familiare, metterà sempre prima il suo bambino dell’azienda. Cosa che, probabilmente, una single non farà.
Tutti questi fattori non si possono ignorare. Al giorno d’oggi, dove qualunque errore si paga a carissimo prezzo, un’azienda deve soppesare ogni briciola. Soprattutto quando si parla di personale esterno.
Quello che io non comprendo, è perché le donne con figli si sentano discriminate. Voglio dire, quando siete diventate mamme lo sapevate perfettamente che la vostra vita sarebbe cambiata, quindi, perché urlare allo scandalo? Avete fatto una scelta radicale consapevolmente. Dovreste esserne fiere. Io probabilmente non sarò mai mamma ma, se decidessi di esserlo, capirei i miei limiti, perché la scelta è stata mia. Certe libertà con i bambini semplicemente svaniscono. Punto e basta. Inutile filosofeggiarci sopra. Una madre deve muoversi al ritmo del figlio, perlomeno fino a una certa età. Questo è incompatibile con parecchi lavori, fine della discussione.
Tornando a Paola Filippini, eliminata l’eccessiva enfatizzazione sulla maleducazione, il ritardo (sicuramente deprecabili) e gli altri dettagli che poco avevano a che fare con il nocciolo del discorso, il responsabile si è limitato a fare una domanda standard e sensata. La donna non ha risposto, l’uomo ha strappato la scheda di lavoro. Probabilmente per lui quell’appuntamento è stato solo una perdita di tempo. Forse, se Paola avesse risposto e il colloquio fosse andato avanti, avrebbe potuto mettere in evidenza i suoi punti di forza, come donna e mamma, e passare la selezione. Ma Paola era prevenuta fin dall’inizio, lo dice lei stessa: “E' SUCCESSO DI NUOVO, ED E' ORA DI DIRE BASTA.”
Io di madri con due e più figli in posizioni lavorative di prestigio le ho viste. Responsabili di alto livello che sono riuscite a coniugare al meglio lavoro e famiglia. Non è impossibile. Personalmente, questo sfogo mi sembra quello di una ragazzina e non di una donna motivata a lavorare.
Perché una cosa è vera: soprattutto nei colloqui, l’atteggiamento è tutto. Se io fossi stato quell’uomo e mi fossi trovata nella stessa situazione, forse non avrei fatto il gesto teatrale di strappare la domanda (sempre se è vero), ma di certo avrei scartato a priori una persona tanto polemica.

Vignetta di Virginia Temofonte